In un giovedì di luglio in cui Milano e l’hinterland fanno i conti con il caldo, le serate all’aperto e la voglia di spostarsi verso laghi, parchi e località fuori città, arriva una decisione giudiziaria destinata a riaccendere l’attenzione su una delle derive più pericolose della strada: le gare clandestine. Il tribunale di Monza ha condannato il giovane ritenuto tra i promotori del raduno illegale di Biassono in cui, nel marzo 2023, perse la vita Cristian Donzello.

La sentenza chiude un passaggio importante di una vicenda che aveva colpito non solo la Brianza, ma anche molti automobilisti e motociclisti dell’area metropolitana milanese, sempre più spesso alle prese con il tema della sicurezza nelle notti tra movida, raduni spontanei e corse improvvisate. Secondo quanto emerso nel procedimento, il raduno si sarebbe trasformato in un contesto ad altissimo rischio, con moto lanciate in una competizione fuori da ogni regola e lontana da qualsiasi controllo.

La morte di Cristian Donzello aveva riportato al centro il problema degli appuntamenti clandestini che, soprattutto nei mesi più miti, attirano gruppi di giovani sulle strade dell’hinterland. Un fenomeno che preoccupa residenti e forze dell’ordine perché si muove spesso tra social network, passaparola e luoghi isolati, dove il confine tra spettacolarizzazione e illegalità diventa rapidissimo da superare.

Nel cuore dell’estate, quando molti milanesi cercano libertà e movimento dopo una giornata in città, il tema assume un peso particolare. Le ore serali portano più traffico nei quartieri della movida, più mezzi sulle tangenziali e più spostamenti verso i comuni vicini. In questo scenario, ogni comportamento spericolato sulle due ruote non è solo una violazione del codice, ma un rischio concreto per chi viaggia accanto, per chi vive nelle zone interessate e per gli stessi partecipanti.

Il caso di Biassono si inserisce in una discussione più ampia che riguarda la cultura della strada nella zona milanese: dalla necessità di controlli mirati contro i raduni irregolari, alla prevenzione fra i più giovani, fino alla responsabilità di chi organizza o alimenta eventi senza autorizzazione. Non si tratta soltanto di repressione, ma anche di educazione alla guida e di maggiore consapevolezza dei pericoli che certi comportamenti possono generare in pochi secondi.

Per molte famiglie del territorio, la vicenda resta un monito durissimo. Le gare clandestine non hanno nulla a che vedere con il motociclismo sportivo, fatto di piste, protezioni e regole. Qui, invece, a prevalere sono velocità, improvvisazione e assenza di tutele. È proprio questa differenza a rendere particolarmente grave ciò che accadde a Biassono, dove una serata nata come raduno si trasformò in tragedia.

Nel periodo estivo, con le strade più frequentate da chi rientra tardi, da chi lavora nei servizi serali e da chi si muove per eventi e uscite, il richiamo alla prudenza torna attuale. La sentenza del tribunale monzese ribadisce che chi organizza raduni illegali non mette in gioco soltanto la propria responsabilità, ma può contribuire a conseguenze irreparabili per l’intera comunità.

Per approfondire: Repubblica Milano