Il dolore della comunità Exodus attraversa Milano in un sabato di piena estate, quando la città rallenta per il weekend ma non smette di fermarsi davanti alle storie che contano. La scomparsa di don Antonio Mazzi, figura centrale dell’accoglienza e del recupero dei giovani in difficoltà, lascia un vuoto profondo nella realtà da lui fondata nella cascina al Parco Lambro, diventata negli anni un punto di riferimento per famiglie, educatori e ragazzi.

Secondo quanto riferito dalla comunità, il sacerdote è morto a 96 anni proprio lì, nel luogo che aveva scelto come casa e missione. Una scelta che racconta molto del suo percorso: restare accanto ai più fragili fino all’ultimo, senza allontanarsi da quel mondo di ragazze e ragazzi che aveva seguito per decenni nella lotta alle dipendenze e nell’educazione alla responsabilità.

La notizia arriva in un momento dell’anno in cui Milano vive tra partenze per le vacanze, serate all’aperto e quartieri che si svuotano e si riempiono a intermittenza. Eppure, anche in agosto, alcune figure restano saldamente legate alla memoria collettiva della città. Don Mazzi era una di queste: un sacerdote capace di parlare non solo ai credenti, ma anche a chi cercava un approccio concreto ai problemi sociali, lontano dalle semplificazioni.

Exodus, fondata nel 1989, è cresciuta nel tempo come comunità antidroga e come spazio educativo. La cascina immersa nel verde del Parco Lambro ha rappresentato per molti un luogo di passaggio e di rinascita, dove il recupero non era solo assistenza, ma anche lavoro quotidiano, regole, ascolto e prossimità. La sua impronta ha segnato generazioni di operatori, volontari e ospiti.

La reazione del sindaco è andata nella direzione del riconoscimento pubblico di questo ruolo. È stato annunciato il lutto cittadino per lunedì, giorno dei funerali, come segno di rispetto verso una figura che ha incrociato la vita sociale di Milano ben oltre il perimetro della sua comunità. Un gesto che inserisce la vicenda nella cronaca cittadina, ma anche nella storia civile di una metropoli spesso chiamata a misurarsi con fragilità nuove e vecchie.

In una città che in queste settimane alterna lavoro ridotto, turismo urbano e appuntamenti serali nei quartieri, la notizia assume un valore particolare anche sul piano simbolico. Parla di una Milano che non è solo eventi e movida estiva, ma anche reti di solidarietà, presidi educativi e luoghi in cui si prova a ricostruire percorsi spezzati. È in questo intreccio che la figura di don Mazzi ha lasciato un segno riconoscibile.

Per chi ha frequentato Exodus, per chi ha seguito da vicino il lavoro della comunità o semplicemente ha incrociato il nome di don Antonio Mazzi nel dibattito pubblico, la sua morte segna la fine di un’epoca. Resta però l’eredità di un metodo fatto di presenza, disciplina e fiducia nella possibilità di cambiare. Ed è proprio lì, tra le stanze e gli spazi del Parco Lambro, che Milano oggi ritrova il ricordo di un sacerdote che ha voluto restare accanto ai giovani fino alla fine.

Per approfondire: Repubblica Milano