In un’estate milanese fatta di partenze a singhiozzo, stazioni affollate, weekend fuori porta e serate all’aperto, c’è anche chi sceglie una forma di viaggio più lenta e radicale: camminare. È il caso di Enrico Brizzi, che torna a raccontare il senso del muoversi a piedi come esperienza insieme fisica e interiore, capace di cambiare il modo in cui si guarda il mondo e, spesso, anche se stessi.
Per lo scrittore, il viaggio a piedi non è un vezzo romantico né una prova di resistenza da raccontare agli amici. È piuttosto un modo per entrare in relazione con i luoghi, con la fatica e con il tempo. Si parte per curiosità, poi si scopre che ogni passo costringe a rallentare, a osservare meglio, a lasciare che il paesaggio si imponga senza filtri. In una città come Milano, abituata alla velocità, questo principio suona quasi controcorrente.
Brizzi ha spiegato in più occasioni che la sua esperienza di camminatore è cominciata da molto giovane e non si è mai davvero interrotta. Nel racconto del viaggio a piedi ritorna spesso un elemento che sorprende chi associa la vacanza solo allo spostamento rapido o alla comodità: la paura. Paura del meteo, dell’orientamento, della stanchezza, ma anche della parte più profonda di sé che emerge quando non ci si può nascondere dietro il rumore continuo della routine.
È forse questo il punto che rende il tema attuale anche per chi vive in città. In agosto Milano si svuota solo in parte: restano i pendolari, chi lavora nei servizi, chi approfitta delle piste ciclabili, dei parchi e dei percorsi lungo i Navigli per respirare un po’ d’aria in più. Camminare, in questo scenario, diventa una piccola pratica di resistenza quotidiana. Non serve attraversare continenti per riscoprire il valore del passo lento: a volte basta una camminata lunga tra quartieri diversi, o un’uscita serale nelle ore meno calde, per cambiare prospettiva.
Il racconto di Brizzi intercetta anche un tema molto contemporaneo: il desiderio di viaggi più sostenibili. Nell’estate delle prenotazioni last minute e delle fughe brevi, il cammino propone un’alternativa sobria, essenziale, quasi minimalista. Si viaggia con poco, si consuma meno, si osserva di più. E soprattutto si accetta che il percorso abbia un peso pari, se non superiore, alla meta.
Non a caso, chi sceglie di camminare per giorni o settimane racconta spesso una sensazione comune: dopo un po’ il corpo smette di essere un ostacolo e diventa uno strumento di conoscenza. La fatica ordina i pensieri, il ritmo dei passi toglie il superfluo, le preoccupazioni si fanno più leggere. In un periodo dell’anno in cui molti milanesi cercano una pausa vera, questa idea ha il sapore di una lezione semplice ma non scontata.
Brizzi, nel mettere al centro il viaggio a piedi, ricorda anche quanto sia ingannevole la retorica del “partire per fuggire”. Camminare, semmai, serve a tornare: con uno sguardo diverso, con una soglia di attenzione più alta, con una maggiore consapevolezza di ciò che si è attraversato. E non sorprende che, a chi pratica questo tipo di esperienza, venga talvolta chiesto se lo faccia per necessità o perché non possa permettersi altro. In realtà il cammino è spesso una scelta di libertà, non una mancanza.
Per chi resta in città in questo giovedì d’agosto, tra uffici dimezzati e ritmi più lenti del solito, il messaggio è semplice: il viaggio non coincide per forza con la distanza. Anche Milano, se osservata a piedi e senza fretta, sa restituire dettagli, contrasti e piccoli spostamenti interiori. È forse lì che il racconto di Brizzi trova la sua forza più concreta.
Per approfondire: Repubblica Milano