Milano perde una delle figure più riconoscibili del suo impegno sociale. Don Antonio Mazzi, sacerdote e fondatore di Progetto Exodus, è morto oggi all’età di 96 anni nella sua storica casa all’interno del Parco Lambro, il luogo che per decenni è stato molto più di una sede: un presidio di accoglienza, ascolto e recupero per tanti ragazzi e famiglie in difficoltà.
La notizia arriva in un venerdì di fine luglio, mentre la città si prepara al weekend e molti milanesi si muovono tra partenze, rientri e serate all’aperto. In questo scenario tipicamente estivo, la scomparsa di don Mazzi riporta l’attenzione su un pezzo importante della storia civile di Milano, fatta di periferie, fragilità, percorsi di riscatto e attenzione concreta a chi resta ai margini.
Nel corso della sua lunga attività, il sacerdote ha legato il proprio nome a un’idea di comunità molto radicata nel territorio. Exodus è nata come risposta a bisogni sociali complessi, con progetti educativi e di sostegno rivolti soprattutto ai più giovani, in un approccio che ha sempre unito presenza sul campo, responsabilità e capacità di stare dentro i cambiamenti della città.
Don Mazzi è stato spesso una voce forte e diretta nel dibattito pubblico, capace di portare al centro temi scomodi come dipendenze, disagio giovanile, esclusione sociale e bisogno di comunità. Una presenza che, nel bene e nel confronto, ha lasciato un segno nella cronaca milanese e nel modo in cui Milano ha raccontato se stessa nei decenni.
La sua casa nel Parco Lambro era diventata un simbolo: un luogo in cui la dimensione spirituale si intrecciava con quella educativa e sociale. In una città che soprattutto d’estate alterna il ritmo rallentato dei quartieri alle iniziative nei parchi, nelle piazze e negli spazi di aggregazione, quel presidio rappresentava un’idea di Milano attenta anche a chi non ha reti, risorse o punti d’appoggio.
Il nome di don Mazzi resta legato anche a un modo molto milanese di intendere l’impegno: pragmatico, continuo, poco incline alla retorica e molto vicino alla realtà quotidiana. Un approccio che ha attraversato generazioni diverse e che oggi viene ricordato come parte della memoria sociale della città.
La sua morte chiude una stagione lunga e intensa, ma lascia aperto il tema del lavoro educativo e del sostegno ai più fragili, soprattutto in una metropoli in cui le disuguaglianze si manifestano ancora nei quartieri, nei servizi e nelle opportunità offerte ai giovani. Per Milano, quello di oggi è un addio che va oltre la cronaca e tocca la coscienza civile della città.
Per approfondire: Repubblica Milano