Nel dibattito sull’imputabilità dei minori e sulle risposte da dare a chi sbaglia, la voce di don Claudio Burgio riporta l’attenzione su un punto che a Milano è difficile ignorare: il carcere, da solo, non basta a educare. Il cappellano del Beccaria ribadisce una posizione netta, maturata nel contatto quotidiano con adolescenti che arrivano in istituto dopo percorsi di fragilità, assenza di regole e responsabilità scaricate troppo presto o troppo tardi sugli adulti.

Il messaggio è chiaro: se un ragazzo finisce dentro un circuito penale senza aver ricevuto prima strumenti educativi solidi, difficilmente le sbarre diventano una scuola di valori. Al contrario, sostiene Burgio, il rischio è che prevalga un modello fondato sulla prevaricazione, sulla forza e sulla paura. Per questo il problema non andrebbe letto solo in chiave repressiva, ma come una questione che riguarda famiglie, scuola, quartieri e tutte quelle reti sociali che dovrebbero prevenire la devianza prima dell’intervento della giustizia.

A Milano il tema pesa in modo particolare, soprattutto in un periodo come questo, quando la città vive il doppio volto dell’estate: da una parte le serate all’aperto, i locali pieni, i movimenti nei parchi e nei quartieri più frequentati; dall’altra le aree più esposte al disagio, dove il vuoto educativo si fa sentire con maggiore evidenza. Nei mesi caldi, con molte famiglie in vacanza e più tempo trascorso fuori casa, il ruolo degli adulti di riferimento diventa ancora più decisivo.

La riflessione del cappellano del Beccaria si inserisce anche in una discussione più ampia sulla giustizia minorile. C’è chi invoca pene più severe e chi, invece, insiste su percorsi rieducativi, accompagnamento psicologico, formazione e possibilità concrete di ricominciare. Burgio, da anni impegnato a contatto con i ragazzi detenuti, appartiene a quest’ultimo fronte: quello che considera fondamentale non confondere la risposta pubblica al reato con la costruzione di un futuro diverso per chi lo ha commesso.

Il punto, in sostanza, è che il carcere può contenere, ma non risolve da solo. Può interrompere una traiettoria, ma non ricostruire automaticamente ciò che manca prima: il rispetto delle regole, la capacità di riconoscere il limite, l’abitudine a misurarsi con il bene comune. Ecco perché, nel ragionamento di Burgio, la vera urgenza non è solo capire come punire, ma come intervenire prima che il fallimento educativo diventi criminalità.

In città, dove il tema della sicurezza si intreccia spesso con quello dell’inclusione, questa posizione riapre una domanda che torna puntuale anche nel weekend che si apre: quanto investiamo davvero in prevenzione, ascolto e presenza educativa nei contesti più fragili? La risposta, per il cappellano del Beccaria, non può essere affidata solo agli istituti penali. Serve una responsabilità condivisa, capace di accompagnare i ragazzi prima che sia troppo tardi.

Per approfondire: Repubblica Milano