Nel giorno in cui Milano si concede una domenica d’agosto più lenta, fatta di partenze, cortili silenziosi e quartieri che si svuotano a metà, la città si raccoglie attorno al ricordo di don Antonio Mazzi. La notizia del tributo arrivato anche dal Brasile restituisce la misura di una figura capace di andare ben oltre i confini milanesi, senza mai perdere il legame con il territorio in cui ha operato per decenni.
Tra i messaggi più significativi c’è quello dell’arcivescovo Mario Delpini, che ha voluto sottolineare la “inestirpabile fiducia nelle persone” che ha accompagnato l’azione del fondatore di Exodus. Una formula che riassume bene il tratto più riconoscibile del sacerdote: la convinzione che nessuno sia davvero perduto, se incontra ascolto, responsabilità e una possibilità concreta di ripartenza.
In queste ore di commiato, la camera ardente è diventata anche un luogo di memoria civile. A farsi vedere non ci sono solo amici, volontari e persone legate al mondo della solidarietà, ma soprattutto tanti ragazzi che in passato hanno attraversato il tunnel della droga e che proprio nel metodo educativo di Exodus hanno trovato un appiglio per ricominciare. È un passaggio che racconta meglio di qualunque celebrazione quanto il lavoro di don Mazzi abbia inciso nella vita reale di molte famiglie milanesi e lombarde.
La sua storia parla a una città come Milano, abituata a correre ma anche a misurarsi con fragilità che non sempre finiscono sotto i riflettori. Dalle periferie ai servizi educativi, dalla dipendenza al recupero, il suo nome resta legato a un’idea precisa: la cura sociale non si esaurisce nell’assistenza, ma passa attraverso relazioni stabili, regole chiare e la fiducia che il cambiamento sia possibile.
Il tributo arrivato dal mondo dello spettacolo, con la presenza di Roby Facchinetti tra i primi a fermarsi davanti al feretro, aggiunge un ulteriore segno della rete di rapporti che don Mazzi ha costruito nel tempo. Attorno a lui si sono incontrati linguaggi diversi, dalla comunità educativa alla cultura popolare, in un intreccio che ha sempre tenuto insieme Milano e il suo hinterland, ma anche esperienze maturate lontano, come quelle ricordate dal Brasile.
Per chi oggi attraversa la città tra un pranzo in famiglia e una passeggiata serale, il ricordo di don Mazzi ha il tono delle storie che restano. Non solo perché legate a un sacerdote noto, ma perché parlano di una domanda che Milano continua a porsi, soprattutto in estate: come tenere insieme benessere, inclusione e attenzione a chi rischia di restare indietro.
La risposta che emerge da queste ore di saluto è la stessa che Delpini ha voluto fissare con le sue parole: la fiducia nelle persone non è un sentimento generico, ma un impegno quotidiano. Ed è forse questo il lascito più forte di don Mazzi per una città che, anche nei giorni più caldi e lenti di agosto, continua a cercare legami capaci di fare la differenza.
Per approfondire: Repubblica Milano, https://milano.repubblica.it/cronaca/2026/08/02/news/delpini_mazzi_inestirpabile_fiducia_persone-425508253/?rss