Ci sono processi che non si consumano soltanto in aula, ma anche nei margini delle regole che decidono chi può parlare e chi no. È il caso che arriva da Crans-Montana e che tocca da vicino anche Milano, città abituata a leggere la cronaca giudiziaria come specchio di diritti, riconoscimento e accesso alla giustizia.
La vicenda riguarda alcuni familiari delle vittime esclusi dal procedimento perché, secondo la procura di Sion, non rientrerebbero tra i soggetti ammessi a prendere parte al processo. Una scelta che pesa soprattutto quando a essere coinvolti sono fratelli, sorelle e fratellastri, cioè persone che vivono la stessa perdita ma che, sul piano formale, vengono trattate in modo diverso.
Nel caso richiamato dagli atti, i riferimenti sono a un fratellastro di Riccardo Tamburi, alla sorellastra di Chiara Costanzo e alla sorellina di quattro anni di Rozerin Özkaytan. La contestazione nasce proprio da qui: il vincolo familiare, pur non essendo identico in tutti i casi, viene percepito dai diretti interessati come sufficiente per chiedere ascolto, presenza e riconoscimento dentro il procedimento.
La formula usata dagli atti, legata ai “legami analoghi a quelli carnali”, apre una questione che va oltre il singolo caso. In termini giuridici, infatti, la definizione dei familiari ammessi a un processo può cambiare il peso della testimonianza, la possibilità di seguire gli sviluppi e, soprattutto, la sensazione di essere considerati parte lesa fino in fondo.
Ed è proprio questo il punto che gli esclusi rimarcano con amarezza: sentirsi vittime di serie B. Un’espressione forte, che rende bene il nodo umano della vicenda. Per chi ha subito una tragedia, la distanza tra il dolore vissuto e il riconoscimento legale può diventare quasi insopportabile, soprattutto quando la procedura sembra ridurre relazioni e affetti a una questione di etichette.
In una città come Milano, dove il dibattito pubblico sulla giustizia e sui diritti delle persone offese è sempre molto sentito, casi di questo tipo richiamano un tema più ampio: quanto il diritto riesca davvero a fotografare la complessità delle famiglie di oggi. Fratellastri, sorellastre, nuclei ricomposti, legami costruiti nella quotidianità: realtà sempre più comuni, ma non sempre pienamente rappresentate nelle aule dei tribunali.
Il punto, allora, non è solo stabilire chi possa entrare in un processo. È capire se le regole sappiano riconoscere la sostanza delle relazioni e non soltanto la loro forma. Perché nelle storie di cronaca nera e giudiziaria, oltre ai fatti, restano spesso le persone che chiedono di essere ascoltate senza dover dimostrare di meritare meno attenzione di altre.
Nel pieno dell’estate, mentre Milano vive il ritmo più lento di agosto tra partenze, serate all’aperto e giornate calde, questa vicenda ricorda che la cronaca non va in vacanza. E che anche lontano dalla città, tra montagne e tribunali svizzeri, ci sono domande che toccano direttamente il modo in cui la giustizia misura il dolore dei familiari.
Per approfondire: Repubblica Milano