A metà luglio, con Milano già proiettata tra ferie, serate all’aperto e agenda politica in movimento, torna una domanda che in città non è mai solo teorica: quanto è davvero aperta la partita del potere, e per chi?

La competizione per Palazzo Marino, quando si accende, mostra spesso un volto ancora molto maschile. E non è solo una questione di nomi in campo: riguarda il modo in cui si costruiscono le candidature, le reti di sostegno, la visibilità pubblica e perfino il linguaggio con cui si descrive chi “è pronto” a guidare una città complessa come Milano.

Il cosiddetto tetto di cristallo non si rompe con gli slogan. Si incrina, piuttosto, quando le donne non devono più farsi largo in spazi progettati da altri, ma trovano condizioni concrete per competere ad armi pari. In politica come nel lavoro, questo significa tempo, fiducia, accesso alle decisioni e possibilità di contare davvero nelle scelte strategiche.

Nel capoluogo lombardo il tema è particolarmente evidente perché la città vive di un continuo incrocio tra amministrazione, impresa, università, terzo settore e mondi professionali. Eppure, quando si arriva ai momenti decisivi, la scena pubblica tende ancora a premiare chi ha già visibilità, relazioni consolidate e una presenza abituale nei circuiti del potere. Un meccanismo che favorisce soprattutto gli uomini, più spesso presenti da decenni nei luoghi in cui le candidature nascono e si rafforzano.

Per cambiare davvero passo servono almeno quattro condizioni. La prima è la selezione trasparente: criteri chiari, percorsi leggibili, meno decisioni prese in stanze ristrette. La seconda è la formazione di una nuova classe dirigente femminile, non come operazione di facciata ma come investimento di lungo periodo. La terza è la disponibilità dei partiti e delle coalizioni a valorizzare profili diversi, anche quando non rientrano nei soliti schemi del “profilo forte”. La quarta è una distribuzione più equa del peso politico dentro le organizzazioni, perché non basta candidare una donna se poi le leve restano altrove.

C’è poi un punto culturale, che a Milano pesa forse più che altrove: la tendenza a leggere la leadership femminile come eccezione, mentre quella maschile viene considerata norma. È un riflesso che si nota nei commenti, nelle aspettative e nella tenuta mediatica delle candidature. Una donna deve spesso dimostrare due volte di essere all’altezza, mentre a un uomo viene concesso più facilmente il beneficio del dubbio.

Rompere il tetto di cristallo, allora, non significa solo aprire qualche porta in più. Vuol dire cambiare il modo in cui si costruisce il consenso, si distribuiscono gli incarichi e si immagina chi possa governare una grande città nel pieno dell’estate, tra mobilità, sicurezza, casa, servizi e qualità della vita. Temi che riguardano tutti, ma che hanno bisogno di essere affrontati anche da chi, troppo spesso, resta ai margini delle scelte.

Se Milano vuole davvero presentarsi come città moderna e internazionale, la parità non può restare uno slogan da convegno. Deve diventare una pratica quotidiana, dentro i partiti, nelle istituzioni e nei luoghi in cui si prepara il futuro politico della città.

Per approfondire: Repubblica Milano