Si apre con un vuoto importante questo martedì di inizio settembre a Milano, nel pieno del rientro dopo l’estate e della ripresa di lavoro, scuola e impegni in città. La notizia della morte di don Angelo Casati, figura molto amata e conosciuta dell’ambiente ambrosiano, riporta l’attenzione su una stagione della Chiesa milanese fatta di ascolto, cultura e confronto.
Casati è stato per anni un riferimento per chi vedeva nel ministero sacerdotale non solo la dimensione pastorale, ma anche quella intellettuale e poetica. Parroco, prete e autore di testi molto seguiti, ha attraversato decenni di vita ecclesiale con uno stile discreto e insieme incisivo, sempre attento alle domande delle persone e alle trasformazioni della città.
Il suo nome resta legato soprattutto al rapporto con il cardinale Carlo Maria Martini, di cui fu stretto collaboratore. In quella stagione, per molti milanesi la Chiesa ambrosiana seppe dialogare con la società civile, con il mondo della cultura e con i quartieri della metropoli, interpretando i cambiamenti di una città che in quegli anni si rinnovava rapidamente.
La figura di don Casati è stata spesso associata alla capacità di tenere insieme spiritualità e parola pubblica. Nei suoi interventi e nei suoi scritti emergeva l’attenzione per la ricerca di senso, per la fragilità umana, per il valore del linguaggio semplice ma mai banale. Un tratto che lo ha reso vicino a lettori diversi, non soltanto ai frequentatori abituali delle comunità parrocchiali.
Nel percorso della Chiesa milanese, Casati ha ricoperto vari incarichi diocesani e ha rappresentato per lungo tempo una voce riconoscibile nel dibattito interno al cattolicesimo ambrosiano. Anche in momenti di tensione, non ha fatto mancare la sua posizione, segnalando con chiarezza la necessità di un confronto aperto e rispettoso.
In questo senso viene ricordata anche la firma, nel 2012, di un appello rivolto all’allora cardinale Scola, in un passaggio particolarmente delicato per il rapporto tra le diverse sensibilità ecclesiali. Quel gesto confermò un profilo coerente: la ricerca del dialogo, il rifiuto delle contrapposizioni sterili, l’idea che la Chiesa debba restare uno spazio di libertà e responsabilità.
Per Milano, la scomparsa di don Angelo Casati è anche la fine di un modo di abitare il tempo presente. In una città che oggi riparte tra traffico del rientro, scuole da riaprire, uffici pieni e nuove abitudini d’autunno, il suo nome richiama una presenza capace di unire pensiero e vicinanza, parole e ascolto, fede e cultura.
Il ricordo che resta è quello di una voce autonoma, mite ma non evasiva, che ha accompagnato per anni il cammino di tanti fedeli e non solo. In una Milano abituata a cambiare velocemente, don Casati ha custodito il valore della lentezza, della riflessione e della cura delle relazioni.
Per approfondire: Repubblica Milano