In una città che in questi giorni vive il ritmo dell’estate, tra uffici che si svuotano, serate all’aperto e quartieri che cambiano volto con il caldo e i flussi turistici, la questione dell’accesso alle cure torna al centro della cronaca milanese. Il Consiglio regionale lombardo ha dato il via libera a una legge che introduce la possibilità di avere un medico di base anche per le persone senza dimora: una misura attesa da tempo, pensata per avvicinare il sistema sanitario a chi, proprio perché vive in strada o in strutture di accoglienza, rischia spesso di restare ai margini dell’assistenza ordinaria.

Il provvedimento nasce da un’iniziativa del Partito democratico e punta a colmare un vuoto che, nelle grandi città come Milano, si traduce in difficoltà concrete: visite rinviate, terapie interrotte, ricette impossibili da ottenere, controlli saltati. Per chi non ha una residenza stabile, infatti, anche i passaggi più semplici del percorso sanitario possono diventare un ostacolo. La novità approvata in Lombardia prova a intervenire proprio su questo punto, riconoscendo un diritto di base che per molti era, nei fatti, assai complicato da esercitare.

La misura è stata salutata dal capogruppo dem Pierfrancesco Majorino come un provvedimento di dignità, e il termine non è casuale. Dietro la formula burocratica, infatti, c’è una questione molto concreta: la possibilità di essere presi in carico da un medico, costruire un rapporto di fiducia, ricevere una diagnosi tempestiva e non arrivare troppo tardi in pronto soccorso o nei servizi d’urgenza. In una metropoli dove il tema dell’abitare resta fragile e dove la marginalità si intreccia con il caro vita, la sanità di prossimità diventa anche un presidio sociale.

Per Milano e per l’hinterland, la scelta ha un significato che va oltre il perimetro strettamente sanitario. Nei mesi estivi, quando il numero di persone in difficoltà può crescere tra chi cerca riparo dal caldo e chi si sposta seguendo servizi, mense, dormitori e spazi di accoglienza, la continuità delle cure è un tema decisivo. Un medico di riferimento può aiutare a intercettare patologie croniche, fragilità psichiche, bisogni farmacologici e problemi che, se trascurati, finiscono per aggravarsi fino a diventare emergenza.

La legge si inserisce in un dibattito più ampio sulla città inclusiva, che a Milano tocca sia il centro sia le periferie. Nei quartieri più esposti alle disuguaglianze sociali, le associazioni e gli operatori del terzo settore segnalano da anni l’esigenza di strumenti più semplici e più rapidi per agganciare le persone senza dimora ai servizi pubblici. L’assistenza medica non risolve da sola il problema della povertà abitativa, ma può ridurre la distanza tra vulnerabilità e diritti, evitando che l’assenza di un indirizzo diventi anche assenza di cura.

In un periodo in cui la città alterna la normalità del lavoro alla dimensione più leggera delle serate estive, la notizia richiama un’altra Milano: quella che meno si vede, ma che abita stazioni, marciapiedi, dormitori e strutture di accoglienza. Ed è proprio lì che una decisione di questo tipo può fare la differenza, rendendo più accessibile un servizio essenziale e più credibile l’idea che la salute sia davvero un diritto per tutti.

Per approfondire: Repubblica Milano