In un mercoledì di inizio luglio, quando Milano rallenta un po’ tra ferie imminenti, serate all’aperto e città che si svuota a ondate, il tema dell’impresa torna al centro della discussione economica. A ricordarlo è il Rapporto Gem Italia 2025-2026, dedicato all’attivazione imprenditoriale, che colloca il Paese ancora nella parte bassa della classifica internazionale: 30esimo posto su 48 economie analizzate. Un risultato che, per una metropoli come Milano, non è solo una fotografia statistica ma anche un segnale sulle condizioni in cui nascono e crescono le nuove attività.
Il dato sul tasso di attivazione imprenditoriale, indicato all’11%, racconta un ecosistema in cui la voglia di mettersi in proprio esiste, ma incontra ostacoli che restano strutturali: accesso al credito, burocrazia, costi iniziali, incertezza del mercato e difficoltà nel trasformare un’idea in un progetto sostenibile. È un quadro che pesa in particolare nelle aree urbane ad alta intensità economica, dove la concorrenza è forte e il costo di partenza può essere più elevato, ma dove anche le opportunità non mancano.
Milano, da questo punto di vista, resta un termometro utile. La città continua ad attrarre professionisti, giovani imprese, servizi digitali, startup e attività legate ai consumi urbani, alla mobilità, al turismo e alla filiera degli eventi. Tuttavia, il contesto milanese non basta da solo a compensare le fragilità del sistema nazionale. Se il capoluogo lombardo è spesso il luogo in cui si sperimentano format innovativi e modelli di business più rapidi, il passaggio dalla prova sul mercato alla crescita stabile richiede strumenti più accessibili e un ambiente regolatorio meno farraginoso.
Il rapporto richiama quindi una questione che in estate diventa ancora più evidente: molti progetti nascono sulle spinte del cambiamento nei consumi, nei servizi di prossimità, nel commercio di quartiere e nel lavoro autonomo, ma non tutti riescono a reggere il primo tratto del percorso. Per chi apre un’attività a Milano, da un bistrot di zona a una microimpresa digitale, il problema non è solo avere un’idea buona. Serve anche tempo, capitale, accompagnamento e una filiera di supporto che riduca il rischio iniziale.
In una fase in cui la città vive giornate più lente ma serate animate da dehors, rassegne e appuntamenti all’aperto, l’imprenditorialità locale si intreccia anche con la capacità di leggere i nuovi bisogni: servizi per i residenti rimasti in città, offerte per il turismo estivo, proposte sostenibili, commercio di prossimità e iniziative legate alla qualità della vita urbana. È proprio qui che emerge il potenziale di Milano: trasformare la domanda in opportunità, senza però lasciare sole le piccole iniziative davanti a costi e complessità crescenti.
Il messaggio del Rapporto Gem è chiaro: l’Italia non manca di energie imprenditoriali, ma fatica ancora a farle emergere con continuità. Per una città come Milano, che vive di innovazione e capitale umano, la sfida è duplice. Da un lato consolidare chi vuole fare impresa; dall’altro allargare l’accesso a chi ha competenze e idee ma non abbastanza margine per reggere l’avvio. In altre parole, non basta celebrare la propensione al fare: serve costruire le condizioni perché diventi impresa vera.
Per approfondire: il rapporto è stato presentato da Universitas Mercatorum e riprende i risultati dell’indagine Gem Italia 2025-2026 dedicata all’attivazione imprenditoriale.